Valentina va alla gara
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          Valentina Cupella, 18 anni, sorriso che parte dalla bocca e arriva agli occhi, fisico da ballerina minuta, ha un sogno. E non è fare la velina in televisione, ma è studiare la matematica all’università.
È un sogno alla sua portata, perché già ora che va a scuola (ultimo anno del tecnico commerciale Capitini, indirizzo Mercurio) ha avuto modo di mettersi in luce: è stata selezionata per partecipare alla gara nazionale del Progetto Mercurio che si è tenuta a Rovigo il 4 e il 5 dicembre.

          Insomma lei è lì con la sua valigiona enorme, pesante più di lei, piena zeppa di libri e quaderni, che mi aspetta nella nebbia della mattina sul piazzale della stazione di Chiusi scalo. Restano da presentare il sottoscritto (prof. di lettere al suo primo anno al tecnico commerciale, per l’occasione accompagnatore di Valentina alla gara) e il sig. Mercurio, alato dio greco-latino intestatario dell’indirizzo sperimentale omonimo, nonché protettore dei medici, per via del suo bastone magico che guarisce, dei mercanti (per la sua attitudine alle pubbliche relazioni) e dei ladri (per via delle sue ali ai piedi). Eh si, gli antichi erano dei malfidati nei confronti di medici e mercanti e, come noi, ammiravano le imprese dei grandi ladri, ma questa è un’altra storia. Che cosa sia l’“indirizzo Mercurio” è, dunque, presto detto. Non è una scuola di medicina, non è una scuola di ladri (come quella che Totò teneva nella terrazza dei Soliti ignoti); è una moderna scuola di economia. Materie portanti: economia aziendale, informatica e matematica.
Quindi tutta roba che con le mie lettere c’entra poco. Non potrò assolutamente aiutarla, la mia Valentia: non ci saranno da fare temi o analisi del testo poetico, ma la prova di matematica e la prova di economia aziendale la mattina del 4 e la prova di informatica la mattina del 5. Che economia e matematica siano materie difficili è inutile starlo a raccontare: ne bastano, di regola, i soli nomi a terrorizzare popolose generazioni di ex-studenti. Due parole, invece, sull’informatica: molti pensano di saperne di informatica. Magari perché sanno navigare su Internet o trasformare una parola in grassetto pigiando il pulsante (virtuale) G sulla barra di Word. Ecco, non era questa l’informatica che doveva affrontare Valentina, si trattava invece di fare un piccolo programma in visual basic, di controllare che funzionasse e di scrivere un manuale per l’utente. Insomma una cosa difficile, che pochi sanno fare.
Arriviamo a Rovigo e subito riconosciamo gli altri concorrenti. Non ci vuole la capacità deduttiva di Sherlock Holmes a capirlo. I professori si riconoscono subito (saranno gli stipendi da fame, che influiscono sul look, sarà il leggero smarrimento, che deriva dallo status sociale incerto e dalla tradizionale dimestichezza più con le nuvole che con le buche della strada, sarà la malattia professionale del burn out, sarà l’incazzatura con Brunetta e la Gelmini); ma anche i ragazzi, sembra a Valentina, hanno un certo stigma che a lei non piace molto (insomma, quelli che ha visto lei sembrano “secchioni”, e in quest’epoca binaria di pupe e secchioni, “secchione” è out e “pupa” è ok).
Ceniamo da soli parlando degli stigmi. Poi è notte e poi mattina. La mattina delle due prove. Valentina è in ansia, ma è anche sorpresa, perché tra i concorrenti c’è anche qualche “non-secchione”, qualche piercing, trucco nero, qualche espressione aggressivo-seduttiva, qualche bel ragazzo con la faccia da animatore di villaggio turistico, insomma categorie più “in”.
Mentre Valentina fa le due prove, noi prof. andiamo in giro per Rovigo, nebbiosa e fredda. Corriamo dietro ad una guida che è anche una collega («ho seguito i consigli della Gelmini», ci dice polemicamente, perché è una precaria e si è messa a fare la guida turistica – per seguire fino in fondo il consiglio berlusconiano dovrebbe farla in nero la guida, così almeno risparmia sulle tasse). Corriamo perché la guida ha un passo veloce, e spesso ci perdiamo le retroguardie. Sul pullman c’è il collega di Salerno che racconta che una delle sue classi è dieci volte peggio di quella del film “La classe”. Poi andiamo a visitare due ville venete palladiane, di cui la seconda è proprietà, se non ho capito male, di una collega che insegna storia dell’arte, ma è anche architetto e principessa (si, avete capito bene, principessa! e fa l’insegnante; non sono molto sicuro di avere capito bene).
Quando ci rivediamo con i ragazzi, nel pomeriggio, ormai si sono formate le amicizie e i gruppetti. Ormai i nostri ragazzi non hanno più bisogno di noi, stanno tra di loro si divertono, scherzano, alzano gli occhi al cielo per i materni “non fare tardi”. Le prove sono andate abbastanza bene; c’è un esercizio di matematica che Valentina non ha saputo fare, e la cosa le brucia, perché dietro al sorriso, Valentina nasconde una determinazione di ferro e voglia zero di fare brutte figure. Ma tanto quell’esercizio lo hanno capito in pochi o forse nessuno.
Alla cena di gala (Hotel Best Western) la separazione tra classi d’età è ormai consumata e ragazzi e adulti fanno gruppo tra loro. Aumentano le risate, diminuisce la tensione. Nascono amicizie. Ma ormai è già finita. C’è rimasta la prova di informatica, la mattina successiva e per gli insegnanti un’assemblea infuocata sulle sorti dell’indirizzo Mercurio. La Gelmini (ma forse anche qualcun altro prima di lei) vuole abolirlo e ritornare al vecchio caro ragioniere con penna carta e calamaio dei bei tempi andati: d’altronde un ragioniere che se ne fa di un computer? Valentina, che ha un fratello più giovane che vorrebbe seguirne le orme («è intelligentissimo, ma non c’ha tanta voglia»), non è per niente d’accordo con l’abolizione del Mercurio, perché pensa che ad un ragioniere, ad un certo tipo di ragioniere, possa servire non solo di imparare ad usare i software sui manuali (cioè roba come usare la funzione “somma” su Excel), ma anche di imparare a programmare, di capire più dal di dentro come funziona un computer. Hai visto mai, nell’era delle tre I… Ma, direte voi, o lettori, che noi prof. strumentializziamo gli studenti, che portiamo i bambini alle manifestazioni insegnandogli gli slogan da gridare, perché vogliamo restare dei beati fannulloni.
La prova di informatica è andata «abbastanza bene» dice Valentina, che però è una che coltiva l’understatement. E quindi qualche speranza ce l’abbiamo. I risultati si sapranno alla fine di gennaio. E gli addii sono strazianti: qualche ragazzo ha fatto veramente amicizia, e ognuno pensa che il suo gruppo è molto più “figo” di tutti gli altri. Ma così va il mondo. Tutti ci difendiamo così, no?
Il treno poi ritarda di 100 minuti e nei vagoni non ci sono manco i posti in piedi, così Valentina si fa un sonnellino con la testa appoggiata sulla sua stessa spalla e seduta sulla sua enorme valigia.
Ma il governo (lo dico veramente) non ha nessuna colpa di questo viaggio infernale. È che non si può governare tutto.

Antonello Penna