Sintesi dell’incontro-dibattito
“Gli effetti reali della crisi finanziaria internazionale: un secondo 1929?”

Mercoledì 12 novembre 08 – Facoltà di Economia Università degli Studi di Perugia

       La tematica, di generale interesse nell’attuale momento storico, è stata trattata con competenza e ricchezza di contributi di fronte ad un pubblico numeroso. Era presente anche una significativa rappresentanza delle classi V e IV dell’ITC Aldo Capitini, accompagnate dai professori Vincenzo Bacci, M.Letizia Santanicchia e Elisabetta Ercolani. Gli studenti presenti erano:

5AE:  Perelli – Carloni - Santi

5BE: Tromboni – Dolciami - Montagnoli

5AI:  Stagni – Tesorini – Pugliese

5CI:  Volpi – Giannoni - Biscarini

5AM: Cuppella – Clerini – Barluzzi

5CM: Mondanelli – Barbanera – Alunni – Scorpioni

4AI:  Bedlyaeva – Chokri – Magnalasche – Dogana - Orlandi

4AM: Scorcini – Ricciarelli

        Gli interventi coordinati e diretti dal prof   Signorelli, hanno toccato il tema della Grande Crisi confrontata con la crisi attuale da punti di vista differenti. Ciò ha consentito di fornire ai presenti una visione veramente ampia ed esauriente dei fenomeni che si sono svolti in passato e di quelli a cui assistiamo oggi: si sono toccati gli aspetti macroeconomici, gli aspetti etici, quelli finanziari e quelli reali,  gli effetti per i paesi in via di sviluppo e per i paesi dell’Est Europeo, i risvolti sulle politiche di welfare e della sanità.

        Ma quali furono nel 1929 le cause riconosciute come più rilevanti dagli studiosi di economia? Negli interventi del prof Signorelli e del prof Visaggio  la bolla speculativa del mercato di Borsa (ebbe un aumento del 200% prima del crollo) e politiche monetarie poi rivelatesi errate, furono fatali, prima ai mercati finanziari, e poi all’economia reale: il Pil conobbe una riduzione del 30%, la disoccupazione arrivò al 25% (12,5 milioni di americani senza lavoro), 4.000 su un totale di circa 20.000 banche fallirono. La deflazione, conseguente al crollo della domanda e ad una politica monetaria restrittiva,  fu la manifestazione più evidente della sfiducia e dell’incertezza divenuta sistemica.
La Grande Crisi seguita al crollo delle quotazioni di Borsa del 1929 smentì il modello classico di interpretazione e previsione dei fenomeni economici: il libero formarsi dei prezzi nel mercato non riuscì più a garantire il raggiungimento di un nuovo equilibrio. Anche oggi, come hanno sottolineato più relatori, il libero mercato non è garanzia di stabilità. L’intervento dello Stato nell’economia, come allora, è determinante.

        I  contributi del prof Nadotti e della prof.ssa Damiani hanno fornito un’utile lettura tecnica. Il primo ha analizzato i problemi attuali dal punto di vista dell’andamento dei tassi di interesse e del mercato del credito. I tassi interbancari, un tempo “free risk”, cioè non gravati dalla considerazione del rischio di mancato rimborso, oggi risentono pesantemente della mancanza di fiducia non nei confronti dei clienti, ma “tra” banche. Le banche, paradossalmente rispetto alla loro posizione di forza nei confronti della clientela, soffrono di asimmetria informativa e non sanno più leggere lo stato di salute degli asset di bilancio delle altre banche. La presenza dei cosidetti titoli “tossici” ha creato un clima di diffidenza reciproca prima impensabile. La fuga degli investitori dalle Borse rende assolutamente privi di significato i dati sugli andamenti degli indici di Borsa in quanto il mercato è ormai il terreno esclusivo della speculazione. Studiare l’andamento dei tassi di interesse (specialmente l’Euribor nelle sue varie scadenze) in questo momento consente di capire meglio l’andamento dell’economia e le possibilità di ripresa.

        Nell’intervento della prof.ssa Damiani, attraverso la ricostruzione dei termini “difficili” si è meglio compresa la genesi della crisi che stiamo attraversando: i mutui subprime, la cartolarizzazione, l’impacchettamento, le società veicolo, le agenzie di rating sono i tasselli ormai conosciuti di questa storia iniziata dalla remota provincia americana e dall’urgenza di  finanziamento dell’americano medio,  e che ha finito per travolgere i listini e le economie di tutto il mondo. I mutui subprime (cioè i prestiti erogati a soggetti che normalmente non sono meritevoli di fiducia perché privi di garanzie o con redditi molto bassi e/o precari) sono alla base della bolla speculativa che ha interessato il mercato immobiliare americano. Come sottolineato dal prof Tramontana, questi mutui da noi sarebbero stati contrari a qualsiasi regola di sana e prudente gestione, frutto di politiche del credito spregiudicate e prive di regolamentazione. Le banche che hanno concesso questi  prestiti con grave rischio, non contente li hanno trasformati in titoli (i titoli “tossici”) per mezzo di società apposite – le società veicolo – non soggette a vigilanza. I titoli sono stati venduti a banche straniere e grandi investitori e giudicati da agenzie di rating (società che dovrebbero attestare il livello di solvibilità di un emittente tramite una sorta di pagella spesso espressa da lettere- A, AA, BB…) pagate dalle stesse banche, con buona pace di noi ingenui investitori che ci fidavamo della loro indipendenza. Il quadro è realistico ma sconfortante.

        L’intervento del prof Grasselli ha appassionato e convinto la platea per il forte richiamo ai principi etici che dovrebbero orientare le scelte degli operatori ma soprattutto di chi detta le regole. La visione speculativa si può dedurre da tanti aspetti emersi dall’analisi della crisi: la ricerca del profitto senza limite e senza sacrificio, l’asimmetria informativa in cui investitori senza scrupoli hanno agito indisturbati a danno dei piccoli risparmiatori, i palesi conflitti di interesse (le agenzie di rating che hanno tradito la fiducia riposta nei loro giudizi), le retribuzioni spudoratamente elevate dei manager di banche fallite, la mancanza di rispetto per il mercato quando si legge che i titoli spazzatura nei bilanci di Deutsche Bank e di UBS sono valutati al costo storico. Questi sono solo alcuni dei fatti che fanno indignare il prof Grasselli e, con lui, noi e i suoi studenti.

        Poiché la crisi non è finita e dato che il debito pubblico sicuramente crescerà, occorrerà una politica economica e monetaria forte ma soprattutto condivisa tra i vari paesi su un pacchetto di misure complesse e che richiedono sacrifici per tutti. Rispetto al 1929 i governi e le autorità monetarie e creditizie sono sicuramente più consapevoli sia dei pericoli che della necessità di agire insieme.

Previsione andamento PIL:
paesi 2008 2009
Stati Uniti +1,4 -0,7
Italia -0,2 -0,6
Eurolandia +1,2 -0,5
Cina +9,7 +8,5
India +7,8 +6,3

        Con l’eccezione di Cina e India, che comunque cresceranno un po’ meno, la crisi non interesserà solo i paesi occidentali per i quali sono previsti tassi di crescita negativi del Pil (dai dati si nota  che l’Italia è già in recessione, già da quest’anno) ma anche e soprattutto i paesi in via di sviluppo e i paesi dell’Est Europeo appena entrati nell’UE (10 in tutto). Il prof  Ditta chiarisce che nei Pvs la crisi avrà effetti pesanti portando ad un aumento della disuguaglianza interna e nei confronti dei paesi occidentali. I paesi industrializzati esporteranno a questi paesi la crisi: come? Innanzitutto domandando meno merci e materie prime, investendo meno capitali, destinando minori risorse per i programmi di cooperazione e sviluppo. L’indebitamento ancora elevato dei Pvs è destinato a peggiorare. Si prevedono 44 milioni di persone denutrite in più.

Secondo il presidente della World Bank: E’ una catastrofe creata dall’uomo

Prof. Elisabetta Ercolani