L’avventura che ci ha portato a partecipare all’evento del 4 novembre <<ALDO CAPITINI E LA SUA CITTA’>> è iniziata il 18 ottobre. Alla Sala dei Notari, Ascanio Celestini ha prestato la sua voce a Aldo Capitini, raccontando le tappe salienti della sua vita, in base a una selezione di scritti operata dal prof. Mario Martini. E’ continuata ricevendo nell’Aula Magna del nostro Istituto, il 23 ottobre, lo stesso prof. Martini e il prof. Sandro Allegrini: non è stato solo un incontro di formazione. E’ stata una lezione di storia, di filosofia, di cultura umanistica, di democrazia; è stato un generoso mettere a disposizione la memoria privata e la memoria storica.
Il 4 novembre gli incontri si sono moltiplicati: con Andrea Cernicchi, con Silvano Rometti, con i testimoni che hanno conosciuto Aldo Capitini – il Dirigente Scolastico Aldo Stella e il professor Francescaglia, con il figlio di Danilo Dolci: un Amico di nome e di fatto. E poi con gli altri studenti e docenti: del Vittorio Emanuele II, del classico Mariotti, dell’IPSIA Marconi, dello scientifico Alessi.
Gli studenti della VC Igea e della VC Mercurio del nostro Istituto hanno fatto la loro parte con una consapevolezza rara, con coinvolgimento emotivo, con l’apertura a un mondo di valori di cui hanno – oggi più che mai – bisogno. Solo che spesso non sanno dircelo, o noi adulti non sappiamo cogliere o rilanciare i sintomi di questa ricerca.
L’incontro con Capitini è stato l’incontro con un grande Maestro: <<Lui che si è dedicato all’insegnamento e che è stato un vero maestro e un maestro veramente unico, in un’epoca in cui i maestri si ascoltavano e si riconoscevano, mentre oggi si negano e si dileggiano>>.
Da insegnante dileggiata dalle istituzioni, surclassata da Venerabili Maestri, tacciata di idiozia da testate cosiddette “libere”, travolta dalla mistificazione semantica quotidiana, ho sentito in questa occasione una delle più grandi soddisfazioni della mia vita professionale. Al centro di tale gratificazione sono l’onestà intellettuale, la gratuità dell’impegno, la vicinanza con i 46 studenti delle mie due classi, il sentirmi parte di una comunità di Persone razionali e diverse da come “loro” ci vorrebbero. Non mancava proprio nessuno: i democratici, gli antifascisti, i pacifisti, i non violenti, i cultori della “nonmenzogna”, gli utopisti del “consorzio civile e solidale”, i resistenti alla xenofobia e al razzismo. Non mancavano gli umili, le vittime, i difensori dei diritti. Non a caso abbiamo chiuso il nostro intervento con un pensiero a Roberto Saviano.
E’ giusto che il nostro Istituto – che ha l’onore di intitolarsi ad Aldo Capitini - dica un grazie particolare a tutti coloro che hanno pensato e voluto questa iniziativa. E, fra gli altri, al professor Mario Martini, che ha saputo parlare ai giovani e che ora curerà la pubblicazione dei testi delle scuole partecipanti. Un’altra bella notizia. |
- OMAR BISCARINI (supplente CRISTIAN VOLPI)
Abbiamo l’onore di studiare nell’I.T.C intitolato a ALDO CAPITINI.
Ce lo immaginiamo studente come noi: anche lui ragioniere. Ma subito dopo scopriamo: <<per povertà ero stato indirizzato agli studi dell’istituto tecnico. Autodidatta accuratissimo, in condizione di povertà per le grammatiche e i classici che compravo ad uno ad uno, sottoponevo la mia gracile costituzione fisica (che mi aveva risparmiato il servizio militare e la guerra) ad uno sforzo che mi portò all’esaurimento e alle continue difficoltà del sonno e della digestione>>.
Scopriamo che è esistito un tempo in cui la scuola si sceglieva per povertà o per ricchezza. Riflettiamo sulla sua capacità di affrontare le difficoltà, di sacrificarsi per raggiungere un obiettivo, di coltivare una passione, di maturare una conversione. Ci stupisce la sua precocità: stupisce noi che, forse, raggiungiamo una maturità precaria in tempi lunghi. Noi che riconosciamo di essere indulgenti verso la facilità, in forte assonanza con la felicità.
- DANIELA GIGLIETTI
Capitini come il “gracile” Leopardi dell’utopia solidaristica.
Capitini come il “ragionier” Montale, cultore dell’umanesimo e profeta dell’ossimoro permanente e del trionfo della spazzatura del nostro tempo.
Capitini maestro del dialogo; del rifiuto del compromesso; dell’ impegno personale che non tiene conto delle <<adesioni>>; della democrazia dal basso; della non-violenza; della omnicrazia.
Capitini profeta di un mondo che non si è realizzato.
- DIEGO BARBANERA
Immaginiamolo tra noi, con in mano un quotidiano, La Repubblica, del 27 ottobre scorso. Sfogliamolo con i suoi occhi.
Prima pagina, notizia di politica interna, commenti sulla manifestazione del 25 ottobre a Roma. Dovrebbe essere un normale confronto tra maggioranza e opposizione, in una democrazia ritenuta normale e peraltro lontana dall’idea che ne aveva Capitini. I titoli e i servizi sono intessuti di parole come <<attacco>>, <<assalto>>, <<disprezzo>>, <<accusa>>, <<invettive>>, <<calunnie>>, <<frottole>>. Botta e risposta, toni alti, mistificazioni che nascondono i fatti e, con i fatti, gli individui che pensano e agiscono. Capitini ha conosciuto il totalitarismo fascista, la prigione, l’impegno della costruzione della democrazia, accanto a Calamandrei e a Bobbio. Tempi difficili, certo, ma forse meno torbidi di quelli attuali, se si potevano coltivare il <<principio religioso della nonmenzogna>>, il <<dovere dell’iniziativa>>, l’utopia di <<un’umanità dove nessuno domina e tutto è positività>>.
- DAVIDE CONSALVI – SAVERIO BETTINI
Continuiamo a sfogliare il nostro quotidiano, sempre prima pagina: si pubblica un’inchiesta-sondaggio sulla condivisione della protesta degli studenti da parte degli Italiani. Titolo: Sorpresa, piace ancora la scuola pubblica.
Capitini si sorprenderebbe della sorpresa.
Lui che ha dato vita l’Associazione per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica italiana (ADESSPI), che ha messo al centro della scuola quello che al centro della scuola deve stare: l’educazione, la pedagogia, la laicità, la libertà da pressioni e invasioni. Lui che due volte si è recato a Barbiana, a colloquio con Don Lorenzo Milani, il priore della scuola di tutti e per tutti. Lui che si è dedicato all’insegnamento e che è stato un vero maestro e un maestro veramente unico, in un’epoca in cui i maestri si ascoltavano e si riconoscevano, mentre oggi si negano e si dileggiano.
- LEONARDO ALUNNI
Torniamo ancora al nostro quotidiano, stavolta pagine 6 e 7, dedicate alla crisi dell’economia. I titoli: <<Le famiglie stringono la cinghia, calano gli acquisti alimentari>>; <<Cassa integrazione, navighiamo a vista>>. L’Italia sta diventando un Paese ex opulento, come molti altri dell’Occidente, forse tardivamente pentito dei suoi sprechi, della divinizzazione del mercato, dello sviluppo senza regole, fatta salva la regola d’oro della crescita costruita sulla povertà di miliardi di esseri meno fortunati. Oggi tanti commentatori e ministri e capi di stato si improvvisano scienziati di una non-scienza, l’economia. Ma a noi vengono in aiuto le parole di Capitini: <<Nego un valore assoluto all’intelligenza, alla salute, alla bellezza, alla potenza, a tutto ciò che si può avere e c’è chi non l’ha…mi sento all’altezza di chi non ha, sento qualche cosa di comune tra me e il verme squarciato in mezzo alla via; negando con l’anima tutto ciò che è fortuna, sospendo l’omaggio di assolutezza ai risultati felici>>. E forse nella sua precocità è invecchiata troppo rapidamente la ricetta di Capitini: <<una sintesi di libertà e di socialismo>>, nata dalla critica del <<liberalismo a causa della difesa dell’iniziativa privata capitalistica>> e del socialismo reale a causa della << trasformazione in statalismo non aperto al controllo dal basso>>.
- MATTIA CIACCASASSI
Arriviamo a pagina 11: Medio oriente in fiamme. Siria, attacco USA in elicottero, 9 morti, Damasco protesta.
Capitini è morto nel 1968. L’abbattimento dei cancelli di Auschwitz si era compiuto 23 anni prima. La nascita dello stato di Israele festeggiava il 20° compleanno. Finita la guerra di Corea, era in corso la guerra del Vietnam. Il terzo di secolo che lui non ha vissuto si è consumato fra guerra fredda, dittature nuove (come in Cile, colpo di stato del 1973) e vecchie (Spagna e Portogallo); fra guerre cosiddette di decolonizzazione e nuovi genocidi (Cambogia, Ruanda); fra conflitti barbari sull’altra sponda dell’Adriatico, pulizie etniche e guerre chirurgiche via via più invisibili e apparentemente indolori. Davanti ai nostri occhi “ciechi” scorre l’overdose di immagini della polveriera su cui siamo seduti: un mondo in cui l’uomo sembra sempre quello della pietra e della fionda, seppure la posta in gioco non sia più la lotta per la sopravvivenza, ma la lotta per la sopraffazione. Capitini riconoscerebbe i grandi pericoli di questa valorizzazione della violenza, che si manifesta nel linguaggio, nella banalità del male, nella riscrittura della storia, nella perdita della memoria, nel sacrificio di popoli, di bambini, degli ideali di pace e nonviolenza. Ma questo, per noi giovani, non significa affatto che quegli ideali erano sbagliati, o non dovevano essere espressi. Anche noi sappiamo che <<dobbiamo fare>>, come Capitini, a partire dalla più grande matrice della violenza: la disuguaglianza e il disprezzo del non-uguale, la xenofobia e il razzismo.
- ELISA SPORTOLETTI
Pagina 15: L’ultima carta di Raffaele, “Sul reggiseno di Mez il DNA di Amanda e Rudy”. “Perugia, ora spunta il memoriale di Sollecito”. Fatto di cronaca nazionale, oltreché locale. Fattaccio avvenuto nella nostra Perugia, nella Perugia di Capitini. Vorremmo evitare l’argomento, ma ce lo impone il dovere di cronaca. Non ci divideremo tra innocentisti e colpevolisti, non faremo gossip o ipotesi fantasiose. Ma anche questo delitto è un segno dei tempi: nei probabili moventi, ma soprattutto nel battage mediatico, nel protagonismo degli avvocati, ancora una volta nella banalizzazione della violenza. Ci sono persone imputate che diventano vittime; ci sono legali che, a fronte di compensi favolosi, cavillano su dettagli per sottrarre alla giustizia gli eventuali colpevoli; ci sono trasmissioni e testate che ingrassano con questo scandalo. C’è una ragazza, Mez, che non esiste più: scomparsa, a vantaggio della visibilità dei suoi presunti carnefici. Nessun commento, se non le parole di Capitini: <<Quando incontro una persona, e anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma>>. <<Chi è nonviolento è portato ad avere simpatia particolare con le vittime della realtà attuale, i colpiti dalle ingiustizie, dalle malattie, dalla morte, gli umiliati, gli offesi (…) e perciò tende a compensare queste persone con maggiore attenzione e affetto, contro la falsa armonia del mondo ottenuta buttando via le vittime>>.
- MICHAEL BEVILACQUA
Potremmo continuare a sfogliare il nostro quotidiano, ma il tempo scorre veloce. Alla fine di questo percorso, non ci meravigliamo che a pagina 17 ci sia il titolo <<Carne alla diossina, paura a Taranto. E’ bufera sull’Ilva>>. Il nostro pensiero corre all’indefinito etico, al mondo che si gioca a dadi la vita degli individui, alle morti bianche, al labirinto di quest’epoca post-moderna e post-capitiniana. Tanto altro vorremmo dire, consapevoli che l’occasione che ci è stata offerta da questo convegno è preziosa. Tanto altro vorremmo dire perché c’è tanto altro da dire. Tanto altro vorremmo dire perché, per le ingiustizie quotidiane, nessuno è incolpevole.
- TANIA TABA
Siamo certi che Aldo Capitini, oggi, sarebbe la voce più autorevole e la firma più credibile dell’appello per salvare la vita a un giovane di 29 anni che, meno precoce di Capitini ma pur sempre precoce, a 27 anni ha commesso una colpa gravissima e un errore fatale in un Paese come l’Italia: scrivere un libro, Gomorra, che inchioda l’economia globale, la camorra, il potere politico colluso alle sue responsabilità. La vita di Roberto Saviano, la sua vita disarmata – o armata soltanto di parole – è caduta in un’area di indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo stato e lo stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A partire dal più originario dei diritti democratici: il diritto di parola.
Caro Roberto, Capitini ti darebbe volentieri del tu: <<Nonviolenza è dire un tu ad un essere concreto e individuato; è avere interessamento, attenzione, rispetto, affetto per lui, aver gioia che esso esista, che sia nato, e se non fosse nato, noi gli daremmo la nascita: assumiamo su di noi l’atto del suo trovarsi nel mondo, siamo come madri>>. |